Terremoti, quante app: è una corsa contro il tempo

COME FARE a sfruttare al meglio l’inseparabile smartphone in caso di terremoto? Esistono delle applicazioni, molte delle quali senz’altro utili e un paio sperimentali, che possono addirittura aiutarci a metterci in salvo e che dovremmo tenere sempre installate. La prima è quella dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, fonte diretta su tutti i sismi che avvengono in Italia e sui più intensi nel mondo, che attinge ovviamente ai dati del servizio di sorveglianza sismica dell’istituto, sempre attivo. È disponibile per iOS e Android. C’è tuttavia da dire che la maggior parte delle applicazioni presenti sui negozi digitali di Apple e del robottino verde fanno esattamente la stessa cosa: attingono ai database di numerosi enti e istituzioni in tutto il pianeta, fra cui quello italiano, e li riportano appena disponibili segnalando un nuovo fenomeno con una notifica. Funzionano insomma da aggregatori di informazioni con mappe e talvolta serie storiche ma non possono evidentemente spingersi oltre.

Sono centinaia. Per rendersene conto basta fare qualche ricerca con “terremoto” o “earthquake” sulle piattaforme dei due principali sistemi operativi. Fra le migliori sul Play Store italiano segnaliamo Terremoto! e Terremoti Italia, fra le prime a essere state lanciate, così come Terremoto o Vulcani & Terremoti. Su iOS, oltre a quella dell’istituto italiano, da segnalare almeno Terremoto. Ma anche MyEarthquakeAlerts, Latest Quakes, Earthquake Alert! e molte altre. Come si diceva, si tratta tuttavia di applicazioni che incrociano ed elencano le informazioni caricate appena possibile da centri come l’U.S. Geological Survey, l’Emsc europeo, il Potsdam Earthquake Centert tedesco, il Taiwan Central Weather Bureau, la Japan Meteorological Agency, il British Geological Survey e così via. Nella sostanza fanno la medesima cosa, variano la rapidità dell’aggiornamento e ovviamente la cosiddetta user experience.
Per questo verrebbe da pensare che il metodo migliore per scegliere le più utili sia quello di scaricare quelle che riuniscono il maggior numero di fonti: “In realtà questo può spesso generare confusione, come era capitato con il terremoto di Amatrice – racconta Francesco Finazzi, 35enne ricercatore dell’università di Bergamo e ideatore di un’applicazione che invece si distingue dalla massa – spesso gli istituti rilasciano i dati con velocità diverse e di solito chi è più rapido tornerà poi a precisare la magnitudo mentre chi ci mette di più a partorire l’informazione poi difficilmente la ritoccherà”. Insomma, non è detto che tenere installata un’app che pesca da 15 fonti internazionali, ciascuno con i propri metodi e standard, sia poi tanto meglio che averne una sola, certa, magari proprio quella dell’Ingv che pure quando le richieste ai server s’impennano va in difficoltà. D’altronde basti una cifra: lo scorso 24 agosto le visualizzazioni del sito e dei servizi che vi sono collegati sono state 42 milioni contro le usuali 20-30mila quotidiane.

L’applicazione di Finazzi, Earthquake Network (è disponibile solo per Android in italiano, inglese e spagnolo ma è installata un po’ ovunque, perfino in Giappone dove delle allerte se ne occupano gli operatori di tlc, da Ntt docomo a SoftBank), nello store nostrano chiamato semplicemente Rilevatore Terremoti, punta invece ad avvisare con un minimo lasso di anticipo dell’arrivo del terremoto. No, non prevede i sismi con precisione: purtroppo al momento è impossibile farlo e chiunque sostenga il contrario diffonde bufale allo stato puro. Semplicemente, sfrutta gli accelerometri degli smartphone nei quali è installata l’applicazione per rilevare le vibrazioni anomale. Se ne arriva un certo numero in una certa zona quei dati passano a un server dove un algoritmo, confrontando una quantità di parametri e informazioni statistiche, valuta se si tratta di un sisma e fa partire una notifica a tutti quelli che dispongono del programmino. L’obiettivo è arrivare qualche secondo prima della scossa ed è evidentemente uno strumento utile non a chi abita sull’epicentro o nei pressi ma a chi si trova a qualche decina di chilometri. C’è anche un’opzione per chi vive in prima persona l’evento: si può impostare una lista di contatti che in tempo reale riceveranno una e-mail con le coordinate del punto in cui si trovava il possessore al momento del terremoto.

“La differenza principale con le altre app è proprio questa – spiega Finazzi – una raccolta d’informazioni in crowdsourcing per riuscire a dare l’allerta anche pochi secondi prima, quanto può essere utile a chi abita a partire da 20/25 chilometri di distanza per infilarsi sotto una scrivania. Al momento, dal gennaio 2013, il sistema ha funzionato in 310 terremoti in tutto il mondo. Nel caso del terremoto in Nepal ho ricevuto anche molte segnalazioni, nei giorni seguenti, di persone che sono riuscite a salvarsi. Ma ovviamente non ho avuto modo di verificarne la veridicità”. Già, perché l’applicazione, a cui ha lavorato questo ricercatore di Bergamo in perfetta solitudine, raccoglie ormai 170mila utenti nel mondo, 45mila solo in Italia. Il Paese con più utenti è tuttavia l’Ecuador. Una rete di smartphone, insomma, che (solo quando sono in carica) si trasforma per un attimo in sismometro diffuso, anche se è improprio fare un paragone simile, passando le informazioni a un cervellone che le elabora e nel giro di pochi secondi fa scattare un’allerta utile a chi vive un po’ più distante. In fondo, secondo una recente indagine dell’università di Houston e della U.S. Geological Survey gli strumenti dei potenti dispositivi che portiamo in tasca possono avvertire l’arrivo di scosse fino al settimo grado di magnitudo.

A un sistema in tutto e per tutto simile a quello dell’italiano Finazzi, finito fra l’altro nelle mire dello European-Mediterranean Seismological Centre di Bruyères-le-Châtel, in Francia (a proposito, la sua app è LastQuake) sta lavorando anche l’università californiana di Berkeley. Si chiama MyShake, è disponibile su Android (per iOS c’è una versione base battezzata MyQuake) e sfrutta lo stesso principio. “Anche se mi pare che il loro obiettivo” aggiunge Finazzi “sia più di mappatura dell’intero sisma e di propagazione che di allerta”. Insomma, quello statunitense avrebbe una finalità più accademica “mentre a me interessava fornire uno strumento immediato”.

Qualcosa che somiglia insomma a quello che ora l’Ingv svolge non automaticamente ma tramite un’applicazione dedicata (Hai sentito il terremoto?, disponibile anche in versione desktop) che oltre alla solita lista aggiornata dei sismi italiani sottopone agli utenti dei questionari sugli effetti per valutare meglio i danni e dare il proprio contributo all’emergenza e alla ricerca.

“La differenza la fornisce senza dubbio l’informazione di contorno – racconta Maurizio Pignone, geologo dell’Ingv che ha realizzato l’applicazione dell’istituto – nel nostro caso, per esempio, abbiamo contenuti diretti che dal blog vanno all’applicazione, con molti contributi divulgativi, e la sezione delle domande frequenti con cui chiarire i dubbi dei cittadini. Fra l’altro, scaricando il database si possono anche impostare delle ricerche personalizzate per tempo e luogo”. Quanto alla rapidità nell’informazione, Pignone dice che “il dato preventivo è quello più rapido, arriva in pochi minuti e ha i suoi rischi. Dunque si deve sapere che sarà destinato a essere corretto. Noi ne forniamo uno certo in massimo 14 minuti. Basti pensare che per il terremoto di mercoledì scorso l’Emsc aveva fornito una magnitudo 6.2 con coordinate Nord-Est”. All’Ingv stanno anche pensando a un sistema di tweet automatici per i primi minuti che forniscano una forchetta della magnitudo stimata e della localizzazione. Quanto ai sistemi di “early warning”, cioè quelli che possano notificare qualche secondo in anticipo l’arrivo del sisma, “c’è grande interesse, sono studiati e approfonditi anche da noi ma bisogna anche sapere che in molti contesti, come quelli appenninici, rischierebbero di non essere molto utili. Il discorso è più complesso di quanto sembri”.La repubblica.it

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